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I danni del radon
I danni provocati dal radon
Il radon non è velenoso, come potrebbe essere
ad esempio il monossido di carbonio: però è radioattivo,
ossia si disintegra in atomi, che a loro volta sono radioattivi ed
emettono particelle alfa, che sono le radiazioni che possono creare
danni all’organismo. In realtà quando inspiriamo radon
questo, essendo un gas nobile e pesante, non passa nel sangue, ma
viene espirato subito tale e quale, prima che decada, e direttamente
non riceviamo nessun danno.
Invece i suoi discendenti radioattivi sono solidi
e si attaccano al pulviscolo atmosferico: in questo modo durante
la respirazione possono restare intrappolati nell’albero bronchiale e lì emettere
le particelle alfa, che quindi possono danneggiare direttamente le
cellule delle mucose bronchiali. Se il danno è elevato e ripetuto,
i meccanismi naturali di riparazione del danno non riescono a guarire
le lesioni e le cellule danneggiate possono degenerare in forme tumorali.
Il fenomeno risulta fortemente amplificato dalla contemporanea esposizione
al fumo di sigaretta sia attivo sia (pare) anche passivo.
Riconoscimento del radon come fattore di rischio di tumori polmonari e necessità di un’azione di prevenzione
Quindi il radon non è, di per sé, l’agente dannoso,
però ne è l’immediato precursore: è incolore,
inodore, quindi non è percepibile, non ha effetti dannosi
immediati, ma solo tardivi e solo da una ventina d’anni è stato
riconosciuto la causa di una certa frazione di tutti i tumori polmonari:
in Italia si stima che tale frazione oscilli tra il 5 e il 20%, il
che rende il radon la seconda causa di morte per tumore polmonare
dopo il fumo di sigaretta.
Ecco perché se ne comincia a parlare
solo adesso: anche se la prima ipotesi di un legame tra esposizione
ad alti livelli di radon e insorgenza di tumori polmonari risale
addirittura al 1901, il radon è stato incluso dall’OMS
tra le sostanze evidentemente cancerogene solo nel 1988; solo dal
1993 la Commissione Internazionale per la Radioprotezione ha iniziato
a emanare raccomandazioni concernenti il radon nei luoghi chiusi
o “confinati” (radon indoor), mentre l’entità del
rischio, ossia una sua quantificazione, sia pure con notevoli incertezze, è stata
valutata in modo sufficientemente certo solo a partire dal 1997,
utilizzando sia dati su minatori di miniere sotterranee sia studi
specifici su donne casalinghe non fumatrici.
Per quel che se ne sa fino ad oggi, nel caso delle radiazioni non vi è una dose di sicurezza, al di sotto della quale il rischi di ammalarsi sia nullo, non vi è una soglia: il rischio zero si ha solo per dose zero. Del resto, noi siamo costantemente immersi in un fondo naturale di radiazioni: nell’atmosfera c’è il radon, dal sole, dalle stelle e perfino dalle galassie lontane riceviamo raggi ultravioletti e raggi cosmici, ancora più penetranti degli ultravioletti e particolarmente abbondanti quando viaggiamo in aereo; persino nel nostro organismo incorporiamo quotidianamente una piccola quantità di elementi radioattivi presenti naturalmente nel suolo e nelle piante. In natura non esiste rischio zero: tutto quello che possiamo fare è di cercare di non aumentare significativamente il rischio naturale.
Per cui se ci esponiamo al sole per un tempo superiore a quello abituale ci metteremo la crema solare, se viviamo in un ambiente artificiale qual è, ad esempio, la casa, lontano dalle condizioni naturali dell’uomo primitivo, dovremo badare a che questo comportamento non modifichi sostanzialmente il rischio legato al fondo naturale.
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